Ego non serenum sum

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Un fantasma si aggira dentro di noi: è l’Ego. E’ un nemico subdolo che con le sue trappole e illusioni, ci obnubila, limita la nostra capacità di evolvere. E’ una gabbia nella quale noi stessi ci chiudiamo e ci preclude la possibilità di vivere in maniera serena con noi stessi e con gli altri. Attraverso la comprensione delle dinamiche dell’ego e il superamento delle sue trappole, possiamo sbloccare nuove prospettive e opportunità di crescita.

Ego quindi non sono sereno

Tra gli Autori moderni che più trattano il tema dell’Ego c’è indubbiamente Eckart Tolle, che nel suo libro “Il Potere di Adesso” , tratta il tema del “qui e ora”, ” hic et nunc” , del vivere il presente senza più restare ancorati al passato o proiettati verso le preoccupazioni sul futuro. Secondo l’autore, per intraprendere il viaggio di consapevolezza abbiamo bisogno di lasciare da parte la nostra mente ed il falso sé che questa ha creato: l’ego. Il nostro nemico – l’ego appunto- è il controllore che vive dentro di noi, ci dice che cosa è giusto e che cosa non lo è, cosa dobbiamo accettare e cosa rifiutare. Per farlo si crea un’immagine di cosa siamo e di cosa sia giusto per noi e tutto è orientato a far sì che la nostra vita sia aderente a questa immagine che ci siamo creati. Non siamo autentici, ma siamo l’immagine della nostra mente. Con la conseguenza di non essere mai soddisfatti, in perenne ricerca di un’immagine, di un ideale che non corrisponde al nostro essere più profondo.

Il trionfo dell’Io, non del noi

L’ego ci separa dagli altri, pone una barriera fra noi e il resto. Ci mette al centro del mondo, del nostro universo senza preoccuparci di chi ci sta intorno. Io sono io, tutto il resto…non conta. L’ego è dunque separazione, non unione, erige delle barriere, dei muri. L’ego è più interessato al fare, non all’essere. E’ un approccio assolutamente non inclusivo. Ma dà felicità continuare a soddisfare il bisogno del nostro ego di essere costantemente alimentato, nutrito? E’ come l’orco delle fiabe sempre famelico, che più ha e più vorrebbe. Una vera e propria schiavitù. Il contrario di una mente libera, aperta verso il mondo e le nuove esperienze.

L’emozione della rabbia

L’ego esasperato porta ad un’emozione molto forte e ben definita: quella della rabbia, perché il più delle volte riteniamo che un nostro valore o un nostro principio sia disatteso. E’ normale provare un senso di arroccamento se ci sono io da un lato e dall’altro il resto del mondo. Il guardarsi l’ombelico, focalizzarsi solo sui propri bisogni senza curarsi di quelli degli altri non può che portarci ad allontanare gli altri da noi. E questo prova delusione, rancore, rabbia, appunto. Un cerchio vizioso…

Il superamento dell’ego

Cercare di superare l’ego ci porta ad essere più liberi, più in armonia con noi stessi e gli altri, più autentici. Ovviamente il punto di partenza è la consapevolezza. Prendere coscienza del fatto che viviamo in uno stato di schiavitù in cui il carceriere è il nostro Ego è fondamentale. Coltivare l’intelligenza emotiva riconoscendo le nostre emozioni – la rabbia- è un altro aspetto fondamentale. Riconoscere quando sta per palesarsi per poi correre subito ai ripari sapendola gestire. Coltivare l’empatia mettendosi nei panni degli altri e cercare di capire i loro bisogni e le loro prospettive. Praticare, anche per pochi minuti al giorno, la meditazione ci consente di avvicinarci al nostro io più profondo, rilascia le tensioni che portano a proteggere il nostro ego. E’ un cammino verso una maggiore conoscenza di chi siamo e di cosa desideriamo realmente. E non dimentichiamo di praticare la gratitudine, focalizzandoci su ciò che abbiamo, sulle presenze e non assenze. Piccoli ma fondamentali passi, verso un grande risultato…il superamento dell’ego. E sintonizzarsi con Neil Amstrong…è un attimo!

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Come gestire la rabbia

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Assistiamo quotidianamente a episodi caratterizzati da eccessi di rabbia. Sui giornali, in TV, sui social soprattutto, che si sono rivelati massimi detonatori di situazioni di frustrazione e aggressività. La rabbia insomma sta diventando una delle emozioni negative più diffuse e – temo- in costante aumento. Senza voler affrontare dal punto di vista sociologico le cause che la scatenano, è interessante per noi persone dotate di intelligenza emotiva capire come poterla gestire.

Riconoscere la rabbia

L’intelligenza emotiva, l’abbiamo scritto più volte, è la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni. Non ci sono emozioni positive ed emozioni negative. L’importante è prenderne consapevolezza e non farsi gestire in maniera incontrollata. Ogni situazione, se ben gestita, può produrre risvolti positivi. Ma torniamo alla rabbia. Quali sono gli effetti scatenanti di questo stato alterato della nostra emotività? Proviamo rabbia quando pensiamo che un nostro principio, un nostro valore sia stato violato da qualcun altro. Se fossimo, invece, noi a violare i nostri principi, i nostri valori quello che proveremmo sarebbe il senso di colpa. E’ importante riconoscere la rabbia: quando non viene ascoltata a livello consapevole, si può ripercuotere a livello fisico e provocare disturbi legati a questa emozione: mal di stomaco, difficoltà di digestione. Quante volte abbiamo provato questa sensazione? Una pubblicità on air in questi giorni descrive lo stato d’animo legato alla rabbia per una mancata promozione aziendale. E’ stato disatteso il valore del protagonista che pensava di meritarsi uno scatto di carriera. Un principio per lui violato. Qual è prodotto pubblicizzato? Un farmaco che cura i bruciori allo stomaco…la rabbia brucia, appunto.

La rabbia : i passi per affrontarla

La rabbia ci segnala quindi che il nostro senso di giustizia è stato violato. Che fare per rispondere alla nostra vocina interiore ancora inconsapevole che ci segnala il nostro stato di alterazione? La prima cosa da fare è semplicissima : respirare. Non si dice sempre di contare fino a 10 prima di rispondere quando siamo alterati? Contiamo e facciamo lunghi respiri. E’ un primo passo per …sbollire. Magari è sufficiente questa semplice, ma potentissima azione. Il secondo passo è scaricare fisicamente il nostro malessere. Magari semplicemente facendo dei saltelli sul posto per un minuto. L’attività fisica, soprattutto aerobica è un potente antidoto contro gli stati d’animo alterati. Quindi , respiriamo per 30 secondi e poniamoci questa domanda: “Come voglio pormi di fronte a questa situazione? Che conseguenze potrà avere?

La powerfull question

Un’altra domanda da porci è la seguente: ” Quale mio principio è stato violato ?” E ‘una domanda potente, perché ci aiuta a capire che la soluzione può dipendere da noi. Del resto non abbiamo ripetuto più volte che tutto parte e dipende da noi? Siamo gli artefici del nostro destino. Quale miglior modo per mettere in pratica questo nostro mantra? Con questa consapevolezza, prendiamo coscienza del fatto di quello che possiamo fare noi in prima persona e in questo modo la rabbia si trasforma in determinazione

Verbalizzare la rabbia

E’ importante esprimere la rabbia, che non va repressa. L’importante è verbalizzarla. Non ovviamente nei confronti di coloro che riteniamo essere la fonte della nostra emozione. Un altro utile rimedio è scrivere. Componiamo una lettera in cui esprimiamo tutta la nostra frustrazione. E’ un’azione quasi catartica: c’è un flusso che, partendo dalla nostra mente passa alla nostra mano, quindi alla penna e infine sul foglio. La rabbia allora è lì. Quasi tangibile. E’ come se la vedessimo, ma è diventata altro da noi. E’ diventata un’estranea. Si è materializzata e quindi possiamo allontanarla. Ovviamente fondamentale che la lettera venga distrutta, magari bruciata – un altro rito- in modo che nessuno possa mai leggerla. Né tanto meno il soggetto da cui è scaturita. La funzione della scrittura della lettera è solo per noi, per allontanare da noi l’emozione.

L’elaborazione

L’obiettivo di queste azioni, dall’apparenza semplici e forse banali è quello di trasferire l’attenzione dalla parte sinistra a quella destra del nostro cervello. E’ un modo per poter elaborare da un livello emozionale, ad uno razionale, logico. In sintesi prendere consapevolezza della nostra emozione e quindi sviluppare la nostra intelligenza emotiva .Essere dotati di un buon livello di intelligenza emotiva ci aiuta insomma a vivere più sereni ed equilibrati. Il mondo delle persone intelligenti emotivamente è sicuramente molto più sereno e meno conflittuali. Non vivremmo tutti più in pace e armonia? E pensare che ancora una volta tutto dipende sempre da noi…

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Perché c’è bisogno di gentilezza

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In questa epoca di conflitti, risse, scontri verbali e non solo, la gentilezza è un’attitudine e una qualità sempre più preziosa. La gentilezza ci aiuta non solo perché è una dimostrazione di buona educazione, rispetto nei confronti di se stessi e degli altri, ma contribuisce a creare un ambiente positivo e armonioso. La gentilezza può dimostrarsi addirittura come un super potere, un antidoto contro l’aggressività e la maleducazione. Avete mai provato a rispondere in maniera gentile, pacata a qualcuno che ci aggredisce o inveisce contro di noi? Il maleducato, l’aggressivo si paralizza. Rimane senza parole perché viene spiazzato dal fatto che gli si risponde con un altro codice verbale. Di fronte ad un atteggiamento gentile si prova un senso di tranquillità.

Circondarsi di persone gentili

Le persone gentili sono persone che spiazzano proprio perché sanno rispondere in maniera controllata, pacata. Ho sempre pensato che sentirmi dire “sei una persona gentile” fosse il complimento più bello che potessi ricevere. Mi piace la gentilezza e anche circondarmi di persone gentili. Penso che piaccia a tutti, ovviamente. Frequentare persone gentili ci mette in una condizione di armonia, serenità e pace. Ho anche sempre pensato che la gentilezza sia una qualità che contribuisce a creare un mondo migliore. Anche un piccolo gesto gentile può avere un grande impatto sulla vita degli altri. Per dirla con Mark Twain ” la gentilezza è ciò che i ciechi possono vedere e i sordi possono sentire”. Un valore universale insomma.

Le caratteristiche

È un gesto di attenzione e che contribuisce a creare un ambiente ricco di armonia. Ecco alcune caratteristiche che la gentilezza può favorire.

  1. Empatia: Essere gentili significa mettersi nei panni degli altri e cercare di comprendere i loro sentimenti e le loro esperienze. L’empatia ci aiuta a rispondere con sensibilità alle necessità degli altri e metterci in ascolto.
  2. Atti di cortesia: La gentilezza si esprime attraverso piccoli gesti quotidiani come ringraziare e dire “per favore” aprire una porta per qualcuno o lasciare il posto su un autobus. Questi atti di cortesia mostrano rispetto e considerazione per gli altri.
  3. Aiuto disinteressato: Essere gentili significa offrire aiuto in maniera disinteressata. Può essere un gesto semplice come aiutare qualcuno a portare dei pesi o offrire supporto emotivo a un amico in difficoltà.
  4. Comunicazione positiva: La gentilezza si riflette anche nel modo in cui comunichiamo con gli altri. Non utilizzare parole offensive o giudicanti, ma usare un linguaggio gentile e costruttivo contribuisce a creare relazioni più armoniose.
  5. Rispetto per le differenze: Essere gentili significa rispettare le diverse opinioni, culture, religioni e stili di vita degli altri. Accettare le differenze e trattare gli altri con rispetto è un segno di gentilezza. Significa essere inclusivi.
  6. Generosità: La gentilezza può anche manifestarsi attraverso atteggiamenti generosi. Donare il proprio tempo, risorse o competenze per aiutare gli altri è un atto di gentilezza che può fare la differenza nella vita di qualcuno.

Il ciclo positivo della gentilezza

La gentilezza non solo fa bene agli altri, ma ha anche numerosi benefici per chi la pratica. Ecco alcuni di questi vantaggi:

  1. Migliora il benessere emotivo: Essere gentili può aumentare il nostro senso di serenità e soddisfazione. Quando facciamo qualcosa di gentile per gli altri, spesso ci sentiamo meglio con noi stessi e sperimentiamo una sorta di “effetto positivo”.
  2. Riduce lo stress: Gli atti di gentilezza possono ridurre i livelli di stress. Aiutare gli altri o fare un gesto gentile può distogliere la mente dai nostri problemi personali e concentrarci su qualcosa di positivo.
  3. Stabilisce relazioni più forti: La gentilezza crea connessioni significative con gli altri. Quando siamo gentili, gli altri tendono a rispondere positivamente e a voler stabilire un legame con noi. Questo può portare a relazioni più forti e durature.
  4. Aumenta l’autostima: Fare del bene agli altri ci fa sentire valorizzati e apprezzati. Questo può contribuire a migliorare la nostra autostima e la percezione di noi stessi.
  5. Promuove la gratitudine: Quando siamo gentili, spesso riceviamo gratitudine e riconoscimento dagli altri. Questo ci aiuta a sviluppare un atteggiamento di gratitudine e apprezzamento per ciò che abbiamo.
  6. Effetto a catena: La gentilezza può avere un effetto a catena. Quando facciamo qualcosa di gentile per qualcuno, spesso ispiriamo quella persona a fare lo stesso per gli altri. Questo crea un ciclo positivo di gentilezza che si diffonde.
  7. Migliora la salute fisica: Alcune ricerche hanno evidenziato che la gentilezza può avere benefici per la salute fisica. Ad esempio, può ridurre la pressione sanguigna e migliorare il sistema immunitario.

A questo punto, visto i grandi benefici della gentilezza, perché il mondo si sta popolando di persone sempre meno gentili? Il primo passo per cambiare viene sempre da noi. Coltiviamo sempre di più atti di gentilezza nei confronti di noi stessi e degli altri. Perché gentilezza genera gentilezza. Io l’ho scritto anche sul mio stato di whatsapp per non dimenticarmelo mai…

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Niksen, il piacere del dolce far niente

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In queste giornate di pausa e di vacanze per il lungo ponte, ho provato, a tratti, sensi di colpa per questo profondo stato di pace e di benessere. E’ mai possibile provare sensi di colpa per non essere in affanno, non dover rispondere alle email, alle telefonate che ci incalzano? Certo che non è possibile. E’ invece importante concedersi questi momenti di pace e inattività. Come farlo? Sintonizzandoci con un concetto espresso da una parola : Niksen.

Il lusso dell’ozio

ll Niksen è il potere della pausa, significa letteralmente “non fare niente” ed ha iniziato a farsi strada nei Paesi Bassi. Il concetto ha iniziato a diffondersi con la pubblicazione di un libro “L’arte di non far niente per vivere slow”, scritto da Annette Lavrijnsen, pubblicato in Italia da Slow Food Editore, manco a dirlo. Il libro racconta come ritagliarsi spazi di pausa nella propria vita, lontani dalle pressioni, incombenze. Starsene comodamente e pigramente sdraiati sul divano, senza riempirsi l’agenda di appuntamenti, impegni pressanti. Vivere il momento per il puro piacere di viverlo. Non certo semplice per le nostre menti programmate a raggiungere risultati concreti e sempre performanti.

Liberarsi dalle pressioni

L’arte del Niksen aiuta a liberarsi dalle pressioni. Dedicarsi consapevolmente a non fare nulla di produttivo. Riscoprire l’arte del dolce far niente. E’ l’ozio creativo di cui parlava anche il sociologo De Masi.Questo liberarsi da pressioni e affanni ci aiuta a liberare la mente e fare spazio alla creatività, ma anche alla concentrazione. La riscoperta del piacere di non dover essere necessariamente produttivi in maniera obbligatoria, forzatamente materialistici, si inserisce in un movimento e un pensiero più globale che sta investendo molti paesi. E’ anche legato all’idea della settimana corta. Un concetto di lavorare meno, lavorare tutti. Un po’ utopistico? Forse, ma sicuramente un modo di vivere più in linea con i nostri ritmi e con la nostra anima. E volersi bene.

Più tempo per le emozioni

Si tratta senza dubbio di un cambio culturale: non provare questi dannati sensi di colpa per il fatto di non agire. Significa ascoltarsi, entrare in contatto con se stessi, riscoprire anche il piacere del silenzio. Sicuramente essere a contatto con la Natura ci aiuta a praticare il “Niksen”. Proviamo quindi a introdurre piano piano delle nuove pratiche. Passeggiare senza meta, godersi un tramonto, fermarsi ad ascoltare il cinguettio degli uccellini. Piccole azioni che praticate con costanza ci aiutano ad entrare in una dimensione diversa, più serena. Una situazione dove riusciamo a liberarci dall’ansia da prestazione e vivere il momento in senso pieno e con appagamento. Vivere il Niksen ci aiuta a raggiungere un importantissimo risultato: liberarsi dai sensi di colpa per il puro piacere di assaporare il momento. Io desidero fortemente raggiungere questo obiettivo…aiuto, non sarò ripiombata nel bisogno di ottenere un risultato? Che la pratica del Niksen sia con me!

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Uscire o non uscire dalla zona di comfort?

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Uscire o non uscire dalla propria zona di comfort? Questo il problema… La zona di comfort è diventata una delle espressioni usate e abusate. Alla stregua di resilienza, consapevolezza, ecc ecc. Ma vale la pena comunque interrogarsi sul significato che l’espressione esprime e sciogliere il dubbio amletico.

Uno spazio di controllo

Se cerchiamo una definizione, il concetto che più ci sembra appropriato è ” Il concetto di zona di comfort si riferisce a uno stato psicologico in cui ci sentiamo al sicuro e non proviamo ansia o paura. È uno “spazio” che conosciamo come il palmo della mano e in cui controlliamo quasi tutto”.

Un’enunciazione di questo tipo esprime tanti concetti:

  • sicurezza
  • assenza di ansia ( apparente)
  • nessuna paura.

La zona di comfort è dunque una sorta di bozzolo che ci avvolge, ci dà l’illusione provare un senso di protezione, di non osare e quindi di non sbagliare, ci infonde sicurezza senza che ci si possa trovare di fronte a situazione di stress o di ansia, appunto. Ma siamo sicuri che sia così? Come la mettiamo con la crescita personale, con l’ebrezza di provare a vivere emozioni nuove, sensazioni diverse? Il punto è proprio questo : ci si cristallizza in una pseudo-condizione di protezione, di routine. Rimaniamo ancorati alle nostre credenze, alle nostre sicurezze, ma poi? Siamo proprio sicuri che sia la vita che veramente vogliamo ? Non ci siamo per caso chiusi in una trappola e buttato via la chiave? Eppure fuori c’è un mondo meraviglioso che ci aspetta.

Sfidare i propri limiti

La prima domanda da porsi per poter uscire dalla nostra comfort zone è che cosa ci impedisce di farlo? Paura di non farcela? Timore di non essere all’altezza? Convinzione di sbagliare? Sono molteplici le motivazioni che ci impediscono di uscire dalla nostra zona di comfort. La base di tutto però è una non capacità di credere in se stessi. Un’assenza di autostima che ci fa pensare di non avere le risorse e le capacità di poter affrontare situazioni non conosciute. La paura dell’ignoto e di non saper come poterlo affrontare. Il punto di partenza è quindi quello di rafforzare il proprio radicamento. Essere radicati, grounding ci aiuta ad affrontare le diverse avversità e situazioni che si possono palesare.

Il radicamento

Nel bel libro appena pubblicato “Yoga Metaforico- Forme corporee e immagini mentali tra hatha e jnana yoga” scritto dalla mia amica e insegnante di yoga Mara Valenti per Anima Edizioni, la metafora dell’asana del guerriero – Virabhadrasana 2- ci insegna che essere ben radicati, ci fa sentire forti. Il guerriero ha anche un petto morbido e questo garantisce una mente calma e lucida. Ma come poter ottenere il radicamento? Lavorando sui propri punti di forza, attingendo alle risorse personali che mettono in luce le nostre capacità e competenze, facendo una disamina di tutte le situazioni in cui siamo stati in grado di raggiungere dei risultati positivi. Un elenco dei nostri successi, partendo dagli esempi più semplici, anche quelli appartenenti al passato. Circostanze alle quali non abbiamo più pensato: piccoli traguardi raggiunti quando eravamo più giovani, a scuola, in famiglia. Poi i primi successi avvenuti nella crescita : in ambito scolastico, professionale. Fermarsi ogni tanto ad autocelebrarsi, farsi pat pat sulla spalla ci aiuta a trovare più fiducia in noi stessi. “Ti ricordi di quella volta in cui…?” La domanda da porsi può essere proprio questa. Impariamo quindi a celebrare i nostri successi, anche dai più piccoli…Si può iniziare dai piccoli passi…Del resto “un viaggio di mille miglia inizia con un solo passo…” secondo il pensiero di Lao Tzu per rimanere in ambito di guerrieri.

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L’invito del Komorebi

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La vita vista dai giapponesi è sicuramente più poetica. C’è una parola giapponese, infatti, che esprime un concetto filosofico e poetico al tempo stesso : Komorebi. Una sola parola per esprimere l’immagine della luce che filtra tra gli alberi. E’ la metafora della capacità di cogliere la luce anche nei tempi bui della vita

C’è sempre una luce in fondo al tunnel

Noi occidentali lo esprimiamo attraverso la frase “c’è sempre una luce in fondo al tunnel”, ma volete mettere con una sola parola che descrive un’immagine così potente come la natura sa fare? La Natura non è matrigna, come diceva Leopardi, ma amorevole e accogliente. Il concetto del Komorebi è presente nel bel film di Wim Wenders “Perfect days” dove il silenzioso protagonista Hirayama, che vive una vita apparentemente monotona e ripetitiva, rivela una ricchezza interiore e una sensibilità profonda. La vita di Hirayama è scandita da una ritualità zen, fatta di azioni che si ripetono in maniera maniacale, ma non mancano momenti di poesia, come le pause di relax nei parchi in cui scatta foto per catturare i raggi scintillanti del sole, che disperdono le ombre proiettate dagli alberi. Komorebi, appunto.

Il piacere delle piccole cose

Il messaggio racchiuso nel film di Wenders, è interessante: la vita è fatta anche di piccoli momenti di felicità. Suggerisce di  cercare la positività nelle piccole cose che possono aiutare a dissipare le ombre . In ogni situazione che appare cupa e oscura, esistono lampi di luce – quelli che Hirayama cattura con la sua macchina fotografica analogica – che ci aiutano a vedere la vita con speranza. I momenti bui esistono – ci dice il regista-, ma bisogna essere in grado di vedere sempre la luce.

C’è sempre un futuro

Il messaggio è dunque un messaggio di speranza. Occorre sempre saper vedere oltre. Non farsi condizionare e abbattere dalle situazioni negative. Ispirarsi al komorebi, che parla direttamente alle nostre anime e al cuore, invitandoci a rallentare e apprezzare la bellezza che ci circonda. È una danza poetica tra la natura e la luce, che crea un’atmosfera di tranquillità e serenità. ll komorebi ci ricorda che siamo circondati dalla bellezza. Che occorre guardare il mondo con gli occhi della lentezza , dei tempi rilassati, del fermarsi in ascolto di se stessi, della Natura. Lasciarsi avvolgere e farsi contaminare dalla ritualità, dall’accuratezza dei gesti. Fermarsi, contemplare, provare gratitudine per quello che abbiamo e che ci circonda. Un’attitudine mentale, che possiamo coltivare e praticare. Per accogliere l’invito del Komorebi.

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Perché l’intelligenza emotiva ci rende più apprezzati ( e amati)

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Mi sono chiesta perché, in questi giorni, la triste e improvvisa scomparsa di Gigi Riva ha toccato molti, non solo i tifosi. La risposta che mi sono data è che è stata una persona dalla grande intelligenza emotiva. Sicuramente la sua onestà intellettuale, il suo rigore morale hanno contributo a fare di questo ex campione del calcio un campione anche nella vita. Per diventarlo ha condotto una vita in contatto con le sue emozioni.

Sapersi ascoltare, uno dei segreti

Le sue scelte di vita – non lasciare mai la Sardegna e la squadra del Cagliari-sono state dettate dal fatto di aver capito che era quello l’ambiente che lo faceva essere più connesso con se stesso. Ha capito che l’essere circondato dall’affetto dalle gente, più che dalle lusinghe del denaro era quello che lo faceva stare bene. Piuttosto che una fama caduca, una stima duratura. E’ questo che significa essere dotati di un alto livello di intelligenza emotiva. Riconoscere le proprie emozioni, saperle gestire. Senza dimenticare che una persona che agisce in questo modo ha anche una profonda empatia. Ascoltare gli altri, sapere riconoscere i loro bisogni.

Una leadership gentile

E’ stato il suo comportamento, un atteggiamento onesto, integro con se se stesso e con gli altri che lo ha reso un leader per tutta la vita. Un modello riconosciuto non solo da parte di coloro che lo hanno frequentato. I suoi compagni prima, i giocatori con cui è stato in contatto poi in qualità di presidente del Cagliari e Team Manager della Nazionale poi. Un leader gentile, pronto a consolare Baggio in lacrime quando ha sbagliato il rigore che ci ha fatto perdere il Mondiale Usa nel 1994. Non aver paura delle emozioni, un altro tratto distintivo dell’intelligenza emotiva. Perché le persone sono fatte di emozioni che non vanno represse. Riconoscere e saper gestire le proprie emozioni sono una delle caratteristiche dell’intelligenza emotiva come ci ha insegnato Daniel Goleman.

L’intelligenza emotiva rafforza le relazioni

È una caratteristica cruciale, sia sul posto di lavoro che nella vita: la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, regolare i propri comportamenti, muoversi in diversi contesti sociali ed entrare in empatia con le persone intorno contribuisce a rafforzare le relazioni. E’ la ragione per la quale le persone dotate di un elevato quoziente emotivo riescono a instaurare rapporti duraturi nel tempo. Sono persone che si fanno apprezzare e amare da tutti. E’ per questo che le persone così non muoiono mai, ma restano per sempre nel cuore di tutti. E’ questa l’immortalità.

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Scriviamo i nostri obiettivi

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Si sa che l’anno nuovo ci trova sempre animati da buoni propositi. E’ come se si aprisse un nuovo capitolo della nostra vita. Siamo pieni di speranze, di buone intenzioni, con tanti obiettivi da raggiungere. Poi i giorni passano e la motivazione che ci aveva riempito il cuore, l’anima e la mente si affievolisce sempre di più. E se invece volessimo stravolgere questi cattivi pronostici e affrontare il futuro animati da quella giusta energia che ci permetta di dare davvero una svolta alla nostra vita? Un rimedio c’è: scrivere i propri obiettivi. Sembra banale, ma è davvero un’ottima strategia.

Rifletti sui tuoi obiettivi e scrivili

Ragionare sui traguardi che vogliamo raggiungere nel corso dell’anno e metterli nero su bianco è un’arma davvero molto potente. E’ come assumersi una responsabilità nei propri confronti, un modo per prendere un impegno serio da portare a compimento. E noi non vogliamo deludere…noi stessi, vero? Scrivere gli obiettivi è un modo per poter visualizzare meglio ciò che vogliamo ottenere nella nostra vita

Sai che indirizzo dare alla tua vita?

E’ la domanda che dobbiamo porci per dare una direzione alla nostra esistenza, mettere ordine, fare pulizia eliminando ciò che ci ostacola e ci fa disperdere inutilmente energia.

Per darsi un metodo, il consiglio è quello di creare una sequenza temporale progressiva per ciò che si desidera realizzare entro il giorno, la settimana, il mese, l’anno e il decennio successivi per avere un quadro più chiaro del proprio futuro. Una sorta di agenda in cui annotare i propri impegni.

Dove ti piacerebbe essere tra un anno, cinque anni o dieci anni? Se non conosci ancora la risposta a queste domande (o almeno non ne hai un’idea approssimativa), può essere difficile decidere come andare avanti al meglio nella propria esistenza.

Spesso attraversiamo la nostra vita senza un’idea chiara di dove vogliamo arrivare o come farlo. In questi casi, rimaniamo impantanati in abitudini ricorrenti, routine che chi imprigionano negli stessi comportamenti. Non ci fanno progredire. Rimaniamo sempre allo stesso punto per ritrovarci alla fine dell’anno, nel momento dei bilanci, con il gusto amaro di non aver cambiato nulla nella nostra vita, con la conseguente delusione, ancora una volta, nei confronti di noi stessi.

Scrivere gli obiettivi aumenta la consapevolezza

Avere chiari i nostri obiettivi, quale deve essere il nostro percorso e la destinazione ci fa diventare persone consapevoli. Spesso le persone con maggior successo e soddisfatte della propria vita sono quelle che hanno la visione più chiara del futuro. E’ come se fossero alla guida della propria vita, sperimentando anche strade ignote, ma con la consapevolezza che la destinazione è certa. E’ la motivazione e l’ispirazione che ci aiuta a compiere il giusto percorso. E’ salutare pensare al futuro e chiedersi che cosa vogliamo veramente. Uno dei modi migliori per pensare al futuro è scriverlo, anche in maniera semplice, facendo un elenco dei propri obiettivi e aspirazioni. La scrittura ci aiuta a rendere i nostri pensieri più reali e tangibili. I pensieri, le idee vagano nella nostra testa, attraverso la scrittura li trasformiamo in qualcosa di concreto e raggiungibile. Scrivere i propri obiettivi ci aiuta a trasformare le nostre idee in qualcosa di tangibile. E’ un modo per poter rafforzare la nostra concentrazione e canalizzare le nostre intenzioni nella realtà.

Mettere in pratica gli obiettivi

L’esercizio per poter scrivere -e raggiungere- i propri obiettivi è facile: su un foglio scriviamo l’obiettivo con una sequenza temporale progressiva. Iniziamo ad indicare i goal della giornata, poi piano piano inseriamo quelli che si desidera raggiungere entro la settimana, il mese, i decenni successivi . E’ un modo per prendere in mano la propria vita, dandone la giusta direzione. Questo metodo, tra l’altro, raggiunge un altro importantissimo obiettivo: gestire al meglio la propria ansia perché ci aiuta a concentrarci sul nostro presente.

Del resto : ““Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” era il pensiero di un saggio come Seneca.

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Dire di no in 3 mosse

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Uno dei temi più affrontati durante le sessioni di Coaching è la difficoltà a dire di no. Il desiderio di compiacere gli altri, il timore di offendere, la paura di non essere amati o di deludere. Sono tante le motivazioni che sottendono a questa difficoltà di pronunciare una piccola parola di solo 2 lettere: no.

E’ capitato a tutti, c’è chi riesce in qualche modo a superare questa difficoltà, chi invece si cronicizza in questo atteggiamento che può creare davvero molto disagio e a volte anche sofferenza. Ma la buona notizia è che si può imparare a dire di no. In che modo? Basta volerlo e impegnarsi ad adottare degli atteggiamenti che possano superare questo impasse. Lo sappiamo, c’è una soluzione per tutto.

1. Ascoltiamoci

Spesso per non andare incontro ad emozioni negative e sofferenze, tendiamo a dire di sì, anche quando una parte di noi non è d’accordo. Quante volte per il cosiddetto quieto vivere, spesso anche inconsapevolmente, cediamo il nostro spazio, il nostro tempo è non diciamo di no? La prima cosa da fare in questi casi è ascoltarci. Se una parte di noi non è d’accordo, ascoltiamola. E’ importante anche domandarci come ci sentiamo fisicamente rispetto alla situazione. La domanda fondamentale da chiedersi è :” Che cosa è importante per noi?” E’ essenziale essere coerenti con i propri principi e e i propri valori e quando non si è d’accordo con il sì. Quando non diciamo no, è come se concedessimo agli altri una parte della nostra libertà. Se l’atteggiamento è costante, gli altri non solo si prendono la nostra libertà, il nostro tempo, ma per loro diventa addirittura normale chiedere qualsiasi cosa, se lo aspettano e al primo no si possono creare fratture proprio perché sono abituate a ricevere solo sì. Non è infatti sostenibile mantenere nel tempo atteggiamenti che prevaricano la nostra reale volontà. Accade così il contrario di quanto avevamo voluto all’inizio con il nostro atteggiamento sempre accomodante e disponibile. Perché può accadere che il no arrivi in un momento in cui l’altro non se lo aspetti o peggio quando noi siamo stanchi e arrabbiati e il no può essere pronunciato in maniera aggressiva. L’integrità , la trasparenza paga sempre. Ascoltiamoci dunque e siamo coerenti con noi stessi.

2. Dialoghiamo sempre

Si può trovare una buona negoziazione, un buon punto d’accordo per spiegare le nostre motivazioni del no. Essere chiari, sinceri. Ovviamente i chiarimenti richiedono tempo e la via più facile è dire di sì per evitare discussioni, dissapori. Giusto, ma poi? Nel tempo, lo abbiamo già visto, i malumori, i malesseri crescono se non ci siamo ascoltati e abbiamo acconsentito a situazioni o eventi che non erano in linea con le nostre vere inclinazioni. Le persone non sono sotto il nostro controllo, possiamo influenzarle, ma non sappiamo come la situazione si evolverà. Una buona comunicazione è anche una dimostrazione di rispetto nei confronti dell’altra persona, ma soprattutto nei confronti di noi stessi e produrrà i migliori risultati. Saper dialogare e comunicare bene paga sempre.

3. Essere chiari

Un concetto che non dobbiamo mai dimenticare è che non si dice no alla persona, ma alla sua richiesta. E’ un discrimine fondamentale e forse il cuore vero del problema. Dicendo di no abbiamo paura di ferire l’altro, abbiamo paura che non si senta accettato. Essere accettati e amati è quello a cui tutti aspiriamo. Dicendo di si pensiamo di fare un regalo. Ma non è così. Non si parla anche di no che fanno crescere ? La letteratura pedagogica è piena di titoli che sottolineano l’importanza dei no ai bambini, agli adolescenti. Proviamo a ricordare a qualche bel no pronunciato dai nostri genitori: non è stato fondamentale nella nostra crescita e nel diventare adulti responsabili? Allora pronunciamolo il no quando sentiamo che il sì non aiuterebbe noi, ma neanche la persona che ci è di fronte. Più c’è chiarezza nei valori, più è facile dire di no. Ricordiamoci però che, il più delle volte, il no più importante dobbiamo dirlo a noi stessi, prima che agli altri…

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Un inno alla vita

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Si sta parlando molto in questi giorni di un’intervista di Michela Murgia rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera sulla malattia della scrittrice. La Murgia ha aperto il suo cuore, ha fatto entrare nella propria vita una popolazione intera. Le sue parole sono state profonde, coraggiose. Del resto gli artisti hanno una capacità di entrare in contatto con le proprie emozioni e soprattutto di saper esprimere i propri sentimenti in maniera lieve e profonda allo stesso tempo. Lo sanno fare in maniera poetica tanto da rendere delicati anche i pensieri più tristi e dolorosi.

Il ricordo di noi

L’intervista è un concentrato di riflessioni, spunti su cui ragionare. Pensieri sulla nostra esistenza. Ogni parola ha la capacità di porci degli interrogativi, ma c’è una domanda posta da Cazzullo che ha attirato più delle altre la mia attenzione : “Come vorrebbe essere ricordata?” E’ una domanda potente diremmo noi Coach. Ci induce a ragionare su una sorta di testamento morale di noi stessi. Si tratta di fare un’analisi profonda su chi si siamo veramente. La frase mi ha ricordato anche il testo di Gabriele Romagnoli ” Solo bagagli a mano“.

Tutta la vita davanti

Nel libro Romagnoli parla di un esperimento molto macabro, ma efficace. In Corea infatti, dice l’autore, per combattere il triste fenomeno dei suicidi c’è un’organizzazione che fa vivere l’esperienza, (forse meglio definirlo il trauma) della morte , facendosi chiudere in una cassa di legno. Come dice Romagnoli ” è come partecipare al proprio funerale”. Nello spazio claustrofobico della bara , ad occhi chiusi, si dipana in un tempo rapidissimo tutta la vita. Si rivivono tutte le esperienze, si pensa ai propri affetti, agli amori. Tutta la nostra vita insomma. Il risultato non può che essere di provare , una volta liberati , un grande amore per la vita. Non ci rende conto di ciò che si ha fin a che non lo si è perso. Non è cosi che si dice?

L’amore per ciò che abbiamo

Di fronte ad un’esperienza traumatica come questa non si può provare che una gioia immensa per tutto ciò che abbiamo. E’ un inno alla vita, con la consapevolezza che bisogna gioire in ogni istante di ciò che abbiamo. Basta lamentarsi di quello che ci manca. Dobbiamo godere delle piccole gioie che la vita ogni giorno ci regala. Provare tanta gratitudine. Sempre, in ogni momento. Coltivare relazioni profonde. Superare conflitti, fraintendimenti. Mettersi in ascolto egli altri. Superare atteggiamenti egotici.

Il nostro epitaffio

Nel riflettere su questi argomenti, mi è anche tornato alle mente un esercizio che la nostra Master Coach ci aveva proposto e che avevo trovato inizialmente macabro, ma che poi mi è sembrato davvero molto ispirante: “Che cosa vorreste fosse scritto sulla vostra tomba”? E’ questo il nostro testamento morale. E’ il pensiero che dovrebbe ispirarci in ogni istante della nostra vita. La nostra stella cometa. Vivere in maniera integra, pensando a come vorremmo che gli altri ci ricordassero. Per essere la “Luce delle stelle morte” come ci insegna Massimo Recalcati.

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Il potere dell’empatia

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” Se non provi empatia e le tue relazioni non sono efficaci, non importa quanto sei intelligente: non arriverai lontano”. Citiamo ancora una volta Daniel Goleman, , che pone l’empatia tra le 5 caratteristiche principali dell’Intelligenza Emotiva. Non possiamo non condividere il pensiero del nostro amato autore, psicologo e mettere in risalto il valore di questa risorsa preziosissima. Una competenza necessaria nelle relazioni, nell’apprendimento, nel lavoro di team e in tutti gli ambiti sociali.

Il valore delle persone empatiche

L’importanza di essere persone empatiche è stato messo in luce durante l’incontro a cui ho preso parte con un gruppo di studenti delle superiori. Hanno partecipato numerosi e tutti hanno mostrato grande interesse per l’argomento ponendo domande, condividendo riflessioni. Una grande soddisfazione trovare giovani attenti a capire come poter apprendere le modalità per sviluppare l’empatia, diventare persone inclusive e attente ai bisogni degli altri. C’è voglia di crescere , di capire, acquisire strumenti per interagire meglio con i propri compagni, adulti. Soprattutto per poter disporre di quelle conoscenze che consentano di dialogare meglio, capire e farsi capire. E’ un segnale importante, soprattutto nelle scuole, dove bisognerebbe inserire sempre più spesso momenti di discussione, dialogo per parlare dell’importanza di essere persone empatiche.

Un’educazione emotiva

Nei paesi nordici lo fanno già da tempo. Ci sono paesi, come la Danimarca, dove nelle scuole hanno inserito già dal 1993 l’empatia come materia di scolastica. Si studia in classe dai 6 ai 16 anni. La motivazione risiede proprio nel fatto che l’empatia aiuta a costruire relazioni, prevenire fenomeni come il bullismo. Significa crescere persone che sapranno essere, da adulti, persone inclusive, tolleranti e accoglienti. E’ un investimento sul futuro. Si tratta di una forma di educazione emotiva e sentimentale, importante da apprendere fin da piccoli. Significa capire l’alfabeto delle emozioni per potersi esprimere al meglio e instaurare relazioni serene.

I 3 tipi di empatia

Come detto, l’empatia è una caratteristica dell’intelligenza emotiva, che a differenza dell’intelligenza misurabile con il quoziente intellettivo, si può coltivare e accrescere. L’intelligenza emotiva ha, infatti, basi genetiche per il 50% legate al gene responsabile dell’attivazione dei trasportatori di seratonina , l’ormone dell’apprezzamento e del buon umore e al gene della dopamina, l’ormone della ricompensa e della motivazione.
Il restante 50% è imputabile a fattori ambientali. Ed è qui che può essere appresa, accresciuta. Se siamo educati in un ambiente ricco di stimoli emotivi possiamo compensare le carenze genetiche. Per questo è possibile coltivare anche l’empatia, che Goleman divide in 3 tipi.

  1. Empatia cognitiva : significa che siamo in grado di comprendere come l’altra persone pensa e vediamo il suo punto di vista.
  2. Empatia emozionale: si riferisce a chi sente dentro di sé le emozione dell’altra persona.
  3. Empatia compassionale : significa che non solo comprendiamo come la persona vede le cose e si sente in quel momento, ma anche che si voglia aiutarla. Spinge all’agire.

Come coltivare l’empatia

Come abbiamo visto l’empatia è come un muscolo che può essere sviluppato. Prima di vedere come poterlo allenare, proviamo a rispondere a queste 3 domande, che rappresentano una sorta di autoanalisi del nostro livello di empatia.

1.Mi soffermo a comprendere i miei sentimenti e quelli degli altri?

2. Prendo decisioni sulla base di punti di vista differenti?

3. Mostro chi sono e ciò che provo a me stess* e a gli altri?

Dopo essersi soffermati a riflettere, di seguito qualche spunto per diventare persone più empatiche.

Allenarsi all’ascolto attivo – Ascoltare non vuol dire semplicemente “stare a sentire”, ma significa prestare attenzione a tutti gli aspetti della comunicazione del proprio interlocutore a partire dai bisogni che questi esprime, con l’intenzione di entrare nel suo mondo, sospendendo eventuali pregiudizi e giudizi di valore.

Sviluppare interesse nei confronti di persone che non si conoscono – Cercare di entrare in connessione con persone che non sono parte della nostra cerchia di persone. Mostrare attenzione nei confronti di persone nuove, possibilmente diverse dalla nostra storia, cultura.

Esprimere apprezzamento e gratitudine – Mostrare il proprio compiacimento e fare complimenti nei confronti delle persone che ci circondano è senza dubbio un ottimo modo per ben disporre e mettere le persone a proprio agio. Significa mostrare interesse e accoglienza. Sottolineare la nostra riconoscenza è un altro, potente modo per mettere al centro il nostro interlocutore.

Essere persone empatiche significa poter instaurare relazioni serene, equilibrate e felici. Vuol dire essere potenti magneti che attraggono le persone. Un’energia di cui abbiamo sempre più bisogno.

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Cancelliamo il concetto di fallimento

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Bisognerebbe bandire dal vocabolario la parola fallimento. Non significa non voler affrontare il tema, come se nascondessimo la polvere sotto il tappeto. Che cosa significa fallimento? Esiste un concetto universale di fallimento? Se prescindiamo dal termine giuridico che attiene allo stato di insolvenza di un imprenditore, sulla Treccani la definizione di fallimento è : “Esito negativo, disastroso, grave insuccesso: riconoscere l’inutilità dei proprî sforzi, l’impossibilità e incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione.”

Un concetto negativo in sé

La descrizione data dalla Treccani ne mette in risalto la connotazione negativa. Addirittura prefigura la rinuncia all’azione. Una condanna all’inazione perché, considerata la gravità della situazione , vi è una rinuncia totale all’agire. E’ dunque ovvio che chi pensa di incappare in un errore così grave, pensi di aver commesso un’azione che non può non andare incontro ad una reprimenda senza sconti. Ma chi decreta cosa è fallimento o no? La riposta sicuramente è nei modelli della nostra società che il più delle volte, al contrario, è prodiga nel fornire esempi di successo. Anche sul concetto di successo ci sarebbe da discutere. Se dunque, è questo il paradigma, la nostra vita non si uniforma a cliché e modelli di vita universalmente definiti di successo, si è destinati all’insuccesso e al conseguente fallimento. Insuccesso = fallimento.

La paura dell’errore

Essere diversi e non assuefarsi al pensiero dominante può trasformarsi, soprattutto per chi è ancora in una fase di evoluzione personale, in una fonte di grande frustrazione. Recenti fatti di cronaca, purtroppo, come il caso della studentessa diciannovenne dello Iulm, hanno messo in luce l’epilogo tragico a cui il senso di frustrazione può portare. Perché abbiamo paura del fallimento? Perché abbiamo paura di sbagliare? Le risposte sono complesse e attengono soprattutto al nostro bisogno di essere accettati, apprezzati, amati. Ma essere apprezzati per come siamo, senza il bisogno di uniformarsi a canoni che non ci appartengono , è sicuramente il punto di arrivo per uscire dalla sindrome del fallimento. Siamo persone uniche, speciali, con tutte le nostre forze e debolezze.

Imparare ad amarsi e accettarsi

L’accettazione di sé, la consapevolezza del nostro valore a prescindere dall’uniformarsi a criteri che altri vorrebbero scegliere per nostro conto, è un percorso di crescita complesso, ma che porta ad una liberazione interiore impagabile e di grande soddisfazione. Imparare a capire che da ogni errore possiamo rialzarci, apprendere e crescere è una grande risorsa. Impariamo a osservare e guardare eventuali cedimenti come un insegnamento per conoscerci e metterci alla prova. La crescita passa dalla caduta e dalla capacità di rialzarsi . E’ la resilienza, termine ormai usato e abusato, ma è proprio così. Considerare l’errore, lo sbaglio come un maestro da cui imparare per crescere ed evolversi. Senza contare che questo atteggiamento porta con se sé anche un altro importante insegnamento : assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La responsabilità è un concetto fondamentale per la crescita personale . Ci aiuta a capire che siamo noi gli artefici del nostro destino, siamo noi a direzionare la nostra vita verso quello che è per noi importante. Cadere aiuta a rialzarsi e capire qual è la direzione giusta da intraprendere. Siamo d’accordo allora che la parola fallimento deve essere bandita dal nostro vocabolario? E se al suo posto dicessimo ” Questa non è la strada giusta per me, ho infinite altre possibilità tra cui scegliere. E’ nella mia facoltà e una mia responsabilità scegliere”? Decisamente meglio, il fallimento attiene quindi solo e soltanto al diritto civile.

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Grandi dimissioni: una nuova consapevolezza

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” Grandi dimissioni: 1,6 milioni in fuga dal lavoro in 9 mesi”. E’ Il tema all’ordine del giorno, è la notizia di cui si parla spesso sui giornali e nei dibattiti televisivi. Quiet quitting in inglese, grandi dimissioni nella nostra lingua. E’ una tendenza nata prima negli Usa, quindi negli altri paesi e ora anche da noi in Italia, dove si registra un aumento del 22% rispetto allo stesso periodo del 2021.

Val la pena di analizzare il fenomeno perché è lo specchio di un cambiamento, un nuovo paradigma che si affaccia nella nostra società. Senza scomodare i sociologhi, il fenomeno delle “grandi dimissioni” inizia da lontano, ma dopo la pandemia ha preso vigore e si va allargando sempre di più. Forse il concetto ” nulla sarà più come prima” invocato durante i mesi del lockdown, ha lasciato le sue conseguenze nel modo di vedere la nostra vita lavorativa.

Lo smart working ha cambiato l’approccio al lavoro

Le ragioni del fenomeno delle grandi dimissioni sono molteplici. Vediamo di esaminare le principali.

La volontà di trovare il giusto equilibrio tra vita personale e professionale. Sono cambiate le priorità. L’equilibrio tra vita affettiva e lavorativa è diventato un punto d’arrivo imprescindibile. Complice sicuramente il lavoro in smart working, una modalità più flessibile, ci si è resi conto che la nostra giornata non è fatta solo di riunioni interminabili, di una vita frenetica dove i tempi sono scanditi da altri e non da noi stessi, ma anche del piacere di stare in famiglia, con gli affetti più cari e del fatto di poter coltivare le proprie passioni. La qualità della propria vita è imprescindibile e diventa un bene a cui non vogliamo più rinunciare.

Generazioni a confronto

Il posto fisso non è più un punto d’arrivo. Qui gioca senz’altro il differente approccio culturale delle diverse generazioni : i boomers, i millenial e la generazione Z. Questi ultimi, soprattutto, hanno interiorizzato la necessità di dare maggiore attenzione al proprio benessere. Le loro scelte sono prima di tutto orientate alla ricerca di una maggiore qualità della propria vita. Da questo discende il desiderio di cambiare spesso luoghi di lavoro. Certo, il rovescio della medaglia è la mancanza di fidelizzazione all’azienda, che era stato uno dei capisaldi delle generazioni dei boomers. Ma anche su questo fronte i responsabili aziendali dovranno cercare di trasformare il frequente turn over del loro personale in forza propulsiva grazie all’innesto di nuove idee e approcci. Insomma trarre da un problema un’opportunità.

Grandi dimissioni = ricerca della propria crescita

Le grandi dimissioni sono anche una spia della volontà di mettersi in discussione per trovare altre opportunità di crescita non solo professionale, ma anche personale. Significa avere il coraggio di mettersi in ascolto dei propri bisogni più profondi. Una forma di ascolto di sé per poter esprimere al meglio la propria natura. Se pensate di essere arrivati in una fase della vostra esistenza nella quale la vostra realizzazione non deve più essere solo nella vostra vita professionale, se non è nella “carriera” che pensate di dovervi esprimere al meglio , ecco che, forse, siete forse arrivati al momento di girare pagina. La consapevolezza che l’espressione del sé può avvenire anche attraverso altri canali che non sono solo quelli professionali. Certo il bisogno di avere una sicurezza materiale ed economica sono alla base, ma se poi la nostra strada fosse nello scegliere uno stile di vita completamente diverso, magari in un altro luogo anche fisico? Se una vocina interiore vi sta dicendo che è arrivato il momento di cambiare, di scegliere una nuova vita, fermatevi ad ascoltarla.

Le powerful question

Se vi sembra giunto il momento di fare delle scelte, provate a rispondere a queste brevi domande. Come sempre prendete carta e penna: fissare nero su bianco i vostri pensieri aiuta a fare maggiore chiarezza.

  1. Come mi sento quando mi sveglio al mattino?

2. Quando penso di andare in ufficio che cosa provo?

3. In quale luogo mi sento davvero seren*?

4. Che lavoro mi sarebbe piaciuto fare da piccol*?

5. Qual è la mia grande passione?

Concludiamo il nostro breve esercizio attraverso un’attività creativa, che permette di mettersi in contatto con la parte più profonda di noi. Realizziamo una visual board, un tipico esercizio di Art Coaching. Prendiamo un cartoncino 50 x70 e attraverso i colori ( pastelli, pennarelli, matite colorate ciò che abbiamo a disposizione) o attraverso dei collage utilizzando dei ritagli da giornali, disegniamo quella che vorremmo fosse la nostra vita tra 2 anni. Per quest’attività cerchiamo di connetterci con la parte più profonda ed emozionale, senza lasciarci condizionare dalla nostra mente. Il risultato sarà sorprendente davvero. Fra 2 anni, riprendete la vostra visual board e vedete se la vostra nuova vita vi corrisponde. Potrete davvero sorprendervi.

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L’Art Coaching spiegato in un libro

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L’insieme di 3 fattori : una passione, la scrittura, una competenza, il Coaching, un’amicizia, con 2 Artiste e Art Therapist . Così è nato il nostro libro ” Come fare delle propria vita un capolavoro attraverso l’Art Coaching”.

Il libro, appena pubblicato da Montabone Editore , spiega che cosa è l’Art Coaching, il progetto nato dall’incontro di una Life & Business Coach e due Artiste e Art Therapist. Durante le nostre conversazioni abbiamo trovato che le nostre reciproche competenze avessero molti punti in comune.

Il linguaggio delle emozioni

Insieme abbiamo capito che avevamo le chiavi per esprimerci con uno stesso linguaggio. Il linguaggio delle emozioni. Conoscersi, riconoscere le proprie emozioni e soprattutto saperle esprimere permette di poter vivere in maniera più consapevole e sana. Essere in contatto con le proprie emozioni  consente di superare blocchi emotivi, incomprensioni che spesso non ci permettono di poter esprimere la nostra vera natura e costruire relazioni profonde e appaganti. Essere in sintonia con le proprie emozioni significa essere dotati di  intelligenza emotiva, un dono meraviglioso per poter vivere la vita che veramente desideriamo e saperla esprimere al meglio ed  essere veramente noi stessi.

L’intelligenza emotiva è la chiave

L’Art Coaching è, infatti, un ottimo strumento che permette di poter sviluppare l’Intelligenza Emotiva. Se, secondo la definizione che ne dà Daniel Goleman, l’Intelligenza emotiva permette di poter riconoscere le proprie emozioni e saperle gestire , l’Art Coaching ha proprio questo obiettivo. Attraverso il percorso di Coaching si prende consapevolezza di Sè, di chi siamo, delle nostre risorse, delle nostre competenze , dei nostri punti di forza e di quelli di debolezza. Significa conoscersi e riconoscere chi siamo veramente, con tutti i nostri bagagli emozionali. L’Arte è da sempre il mezzo migliore per potersi esprimere, per poter esternare i nostri sentimenti più profondi.

Armonizzare la parte razionale e quella emotiva

L’insieme dei 2 elementi, il Coaching e l’Arte Terapia permette di far dialogare la nostra parte razionale con quella emozionale. L’Art Coaching è il punto di congiunzione, lo strumento che permette di poter armonizzare gli aspetti complessi della nostra persona proprio perché parte dalla nostra consapevolezza e arriva all’espressione delle emozioni. Una consecutio logica che ci consente di essere in linea con il nostro Io più autentico.

Un libro diviso in due parti

Il libro “Come fare della propria vita un capolavoro attraverso l’Art Coaching” si prefigge dunque di spiegare meglio questo approccio. Per questo è stato strutturato in due parti : la prima teorica spiega che cos’è il Coaching, , che cosa è l’Arte Terapia, gli ambiti e le applicazioni , quali sono gli interlocutori ai quali si rivolge. Sono coloro che vogliono conoscersi di più, dedicarsi del tempo per mettersi in contatto con le proprie emozioni e instaurare rapporti sereni oltre che accrescere la propria autostima.

I team building

I destinatari dei progetti di Art Coaching sono anche le Aziende, che vogliono organizzare team building per creare spirito di gruppo, maggiore collaborazione , creare buone relazioni fra i colleghi per poter instaurare rapporti di cooperazione e soprattutto un clima inclusivo e positivo fra tutti. Attraverso le attività di Art Coaching è, infatti, possibile favorire un clima di cooperazione , migliorare la comunicazione fra le parti. Questo grazie alla possibilità di realizzare in maniera concreta un progetto comune, quello che viene definita l’opera condivisa.

Introdurre questo tipo di attività significa sapere valorizzare le qualità di ciascuno per poterle mettere a fattor comune. Uno stile manageriale che è proprio di quella che viene definito la ” leadership gentile” .

La seconda parte

La seconda parte del libro è più pratica e creativa. L’abbiamo chiamata “In viaggio con le emozioni”. un percorso di 30 giorni, con 3 esercizi alla settimana per connettersi con le proprie emozioni. Sono 12 esercizi in un mese , che hanno lo scopo di mettersi n contatto con se stessi, acquisire consapevolezza e liberarsi dai blocchi emotivi. Una sorta di “dieta emozionale” per poter scoprire parti di sé ancora inespresse.

Un viaggio all’interno di se stessi per poter seguire al meglio il suggerimento che campeggia sul tempio di Apollo a Delfi :”Conosci te stesso”. E’ la finalità dell’Art Coaching, per fare della propria vita un capolaoro.

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Emozioni da brividi

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Si sono appena spenti i riflettori sul Festival di Sanremo con la vittoria della canzone “Brividi” di Mahmood e Blanco e mi sento di fare alcune riflessioni.

Che le canzoni italiane presentate al Festival più famoso d’Italia parlino di emozioni e sentimenti accade da sempre, quasi da 72 anni, tanti sono gli anni di vita di questa performance canora.

Quelli che sono emersi, a pare mio, sono più aspetti.

La paura di esprimersi

Il primo : la consapevolezza della paura dell’incapacità dei ragazzi di esprimere i propri sentimenti . Le parole della canzone vittoriosa dicono “a volte non so esprimermi”, e la paura di sbagliare” ” ti vorrei amare ma sbaglio sempre”.

Non possiamo certo prendere le parole di una canzone come una verità assoluta, ma rivelano un nuovo atteggiamento, una nuova mentalità, un nuovo modo di pensare. La capacità e la volontà da parte dei ragazzi di mettersi in connessione con le proprie emozioni. Sembra che i ragazzi di oggi abbiano superato questo gap delle nostra generazione: un’educazione più rigida ci ha portato spesso reprimere le nostre emozioni. Non piangere, non comportarti da bambino: quante volte ce lo siamo sentiti ripetere? Questo atteggiamento genitoriale ha spesso inibito i figli a mostrarsi con tutte le proprie fragilità emotive. Una forma di auto sabotaggio emotivo che ci siamo portati avanti negli anni. La nostra energia emotiva è stata spesso repressa, castigata, frustrata. Poi la maturità ci ha portato a entrare in connessione anche con questa parte di noi, che per anni abbiamo voluto cancellare. L’equazione “sono emotivo quindi sono fragile” ha accompagnato spesso la crescita di molti della nostra generazione. Con tutte le conseguenze che questo atteggiamento ha influito sulle nostre vite, relazioni affettive.

Il superamento del maschio alfa

Ciò che è cambiato rispetto al passato è la consapevolezza. Il superamento della paura di esprimere le proprie fragilità emotive. Rendersene conto è già un primo passo per poter innescare un meccanismo di cambiamento e di andare oltre. Una presa di coscienza che prelude alla volontà di prendere in mano le proprie fragilità, esaminarle e mettere in atto una strategia per poterle superare. Una presa di coscienza che dimostra un’intelligenza emotiva. Essere consapevoli per poi poter riconoscere e gestire le emozioni. Autoconsapevolezza e gestione di sé procedono di pari passo. Un sociologo nel commentare il festival di Sanremo ha parlato di superamento del maschio alfa per la capacità di abbracciare le proprie emozioni e fragilità. Forse è un’osservazione un po’ eccessiva, ma ciò che sottintende è il superamento dell’incapacità di ascoltarsi e di esprimersi. Sottolinea un approccio diverso nei confronti di se stessi e superamento soprattutto degli stereotipi. Mettersi in ascolto di sé per potersi capire, conoscere meglio e conseguentemente potersi relazionare meglio con gli altri.

Essere emotivi, una nuova forza

Se dunque un tempo l’essere particolarmente emotivi, poteva apparire un limite, rivelava una personalità fragile, ora la la capacità di essere in contatto con le proprie emozioni, diventa un valore. Significa non solo conoscersi meglio, ma anche sviluppare sentimenti di empatia, una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva. Alimenta la connessione fra sé e gli altri. Significa avere una buona capacità di ascolto. Significa “sentire” l’altro, “toccarlo” come ha detto Papa Francesco. Significa che si è in presenza della “Regola d’oro”, come scrive Justin Bariso nel suo libro ” Intelligenza emotiva applicata” .”tratta gli altri come tu stesso vuoi essere trattato”. Significa sapere coltivare rapporti più profondi, più sani, più leali. La nostra vita dipende dai rapporti che abbiamo con gli altri. A prescindere da quanto siamo autonomi e indipendenti, abbiamo sempre bisogno degli altri. Gli studi lo hanno messo in evidenza: i buoni rapporti ci rendono più felici e più sani.

Significa, in ambito aziendale, essere “leader gentili”, capaci di mettersi in ascolto dei bisogni di coloro che ci circondano. Significa valorizzare il team, il lavoro di gruppo. Significa seguire alla lettera l’insegnamento aristotelico “Il tutto è maggiore della somma delle parti”.

La fluidità, la nostra alleata

Il secondo aspetto attiene al tema che abbiamo affrontato durante il nostro ultimo workshop di ArtCoaching. Essere fluidi, essere aperti verso il modo senza pregiudizi e preconcetti. La maggior parte degli artisti che si è esibita sul palco ha dimostrato di aver superato la cosiddetta identità di genere, presentandosi in maniera libera e non stereotipata. E’ sicuramente un altro elemento di grande importanza. Sottolinea l’ascolto di sé e la capacità di connettersi con la propria natura, il proprio sé, senza paura del giudizio.

Una forma di grandissima di connessione, libertà ed espressività.

Riflessioni scaturite grazie ad un evento che dovrebbe essere leggero e spensierato. E qui non c’è che da citare la frase di Italo Calvino che è stata pronunciata sempre all’interno del Festival: “Prendere la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Il Festival quest’anno ci ha proprio ispirato.

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